Cosa avremmo voluto fare ''da grandi''? La parola ai lettori | Nino Baldan - Il Blog

8 settembre 2020

Cosa avremmo voluto fare ''da grandi''? La parola ai lettori

Cosa sognavamo di fare ''da grandi'' di quando eravamo bambini

Rieccoci con un nuovo post che riporta a galla i sogni e le illusioni della nostra infanzia: quel periodo neutro della nostra vita in cui, almeno sulla carta, ognuno di noi "avrebbe potuto diventare chiunque".

Ci si immaginava astronauti, attori, piloti o calciatori, accompagnati dall'ingenua convinzione che le preesistenti condizioni sociali, economiche e famigliari non potessero in alcun modo interferire. Il tema di oggi, quindi, parte proprio dalla domanda: "cosa avremmo voluto fare da grandi?", che spesso però deve fare i conti con "cosa siamo diventati poi?".
Come sempre inizio io.

Sebbene abbia sempre amato scrivere e sfornassi fin da piccolo libri, giornali e notiziari, quello di "fare il giornalista" (o "lo scrittore") non è mai stato un mio obiettivo definito. O meglio, ero convinto che il futuro arrivasse in "automatico" seguendo gli ordini, le regole e i superiori.

''La Classe'': l'antenato del Blog nato nel 1993

Alle elementari sarebbero seguite le medie, le superiori e infine l'università: se al termine del "percorso" avessi conseguito i risultati richiesti, sarebbe stata la stessa "autorità" a "inserirmi" in un ambiente "adatto alle mie capacità" dove sarei rimasto fino all'età pensionabile. E anche lì: regole, rispetto e impegno che mi avrebbero permesso di vivere bene, "meglio" dei miei colleghi pigri che non si sarebbero applicati.

Avevo, in pratica, una visione da regime hoewelliano suggeritami in parte dalla mia educazione cattolica: come immaginavo un "registro" che annotasse le mie buone e le mie cattive azioni, lo stesso sarebbe accaduto per il lavoro.

E così, sacrificio dopo sacrificio, ho conseguito il massimo dei voti in ogni ciclo scolastico: dopotutto il mio sogno era di vivere bene, di non avere problemi economici, indipendentemente dalla mansione che mi avrebbero affibbiato.

Un ufficio degli anni '80
immagine da vintagenewsdaily.com

Poi, però, quando ho notato che i miei compagni entravano in questa o quell'azienda solo per "meriti" famigliari, la mia convinzione ha iniziato a vacillare: mio padre non lo conosceva nessuno, i miei voti non contavano più ed ero visto come un semplice ex-studente dell'università pubblica.

Abbandonati così i "sogni" del lavoro tranquillo, mi sono cimentato nelle più varie occupazioni - dal portaceste al cameriere, dal bancarellaro al commesso -  venendo ogni volta a contatto con l'assenza di meritocrazia e scoprendo come i vari Gigi, Marco, Giacomo che a scuola "dormivano" ma "da grandi si sono aperti un'attività" avessero solo usato i soldi del papi.

Un classico figlio di papà: ricco e in abiti eleganti
immagine da nzherald.co.nz

A trentasette anni faccio il blogger/pubblicista freelance: sono contento della mia posizione? Ni. Perché mentre da una parte posso dire di "fare ciò che mi piace", dall'altra non dispongo certo della serenità che sognavo da bambino, quella "vita tranquilla" che - andando bene a scuola e applicandomi sul lavoro - credevo mi spettasse di diritto.

E voi? Cosa avreste voluto fare "da grandi"? E "cosa siete diventati poi"?
Scrivetelo nei commenti!


Nino Baldan


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32 commenti:

  1. Io da bambino volevo fare l'ingegnere!
    Non so neanche su che basi avessi fondato questo mio desiderio, forse per fare contenta mamma che era insegnante di matematica alle elementari :D

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    1. Che storia curiosa :)
      Anch'io confesso di aver sempre voluto far contenta la mamma, ma il suo unico desiderio era che "andassi bene a scuola"... ecco forse il motivo delle mie mancate aspettative specifiche :)

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  2. Interessante.
    Volevo fare il calciatore. Ho fatto un provino a Giulianova, serie C, io giocavo centravanti e tra i titolari mi marcava uno stopper terribile. Dopo l'incontro ho passato una giornata a letto per alleviare dolori e lividi.
    Ciao Nino.

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    1. Ciao Gus O. e grazie per la tua testimonianza!
      Quanti anni avevi?
      Sono curioso di sapere le conseguenze di quel provino (dolori e lividi a parte :)).

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    2. Avevo 16 anni e lasciai perdere il calcio.

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    3. Mi dispiace :( è triste quando un sogno che ci accompagnava da bambini "fa i conti con la realtà" e svanisce :(

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  3. Mi ritrovo in parte nella tua storia, specie nel finale.
    Dunque, io un sogno vero e proprio non lo avevo: intendo di concreto, tipo fare il calciatore, l'astronauta, il poliziotto.
    Sapevo che volevo scrivere. Ma non per forza romanzi: anche io immaginavo riviste e cose varie sulle robe che mi piacevano.
    Non mi sono mai immaginato, però, a fare un lavoro con dei superiori a cui obbedire in modo categorico... diciamo che questo è stato "esaudito" XD
    Anche lavorare con miti e cose che amo c'è, in parte.
    Insomma, forse la strada -pur vaga- è quella giusta.
    Mi pagheranno per divertirmi, ho sempre detto^^

    Moz-

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    1. Diciamo che avevo una "vaga idea" di come funzionasse il mondo del lavoro :D

      Mio padre era un libero professionista e faceva parte di quella "classe media" ormai completamente estinta: nonostante non avesse "superiori" che lo comandassero, cercava di esaudire i suoi clienti "facendo di più" dei suoi "concorrenti-colleghi". Ecco: a seconda del mio rendimento scolastico "un'autorità" mi avrebbe "dato un lavoro" (anche di quel genere) dove "applicandomi" come facevo a scuola avrei AUTOMATICAMENTE "fatto carriera" :D

      Da piccolo confidavo molto nella mia forza di volontà... ecco perché ero sempre così spensierato: pensavo che tutto mi sarebbe spettato di diritto :D

      Sono d'accordissimo con quello che dici, della serie "fai quello che ti piace e non lavorerai un solo giorno nella tua vita" :)
      Ma soprattutto lo farai VOLENTIERI e CON DEDIZIONE: cosa che fino a poco fa MI RIFIUTAVO di capire perseverando nell'autolesionista quanto inutile "stakanovismo" che poco o NULLA ha portato nella mia "carriera lavorativa" :(

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  4. non ho mai avuto grandi aspirazioni da piccolo, ricordo che studiavo perché "mi piaceva". Al contrario dei miei amici che, per esempio, leggono un fumetto perché vogliono diventare fumettisti, a me i fumetti piacciono per quello che sono: un racconto capace di intrattenermi. studiavo (e leggo) per il gusto di farlo!

    Non ho nemmeno mai sviluppato particolare predilezione per una materia: sono quello che nel tennis si definirebbe un "all-arounder", cioè che va bene dappertutto ma benissimo in niente. Non a caso ho fatto lo scientifico e poi all'università mi sono laureato in filosofia, per dire!

    Come professioni sognate... boh, a parte le generiche "poliziotto per ammazzare i cattivi" (dopo la visione di RoboCop!), ricordo solo che ammiravo gli spazzini che sul camion si mettevano sul retro in piedi, aggrappati xD

    Come te, anch'io pensavo che la vita sarebbe sempre stata come la scuola: vai bene e si sblocca un livello superiore (elementari -> medie -> superiori -> università -> lavoro -> moglie -> figli ecc). Purtroppo da 6 anni (dalla fine della magistrale) ho scoperto come te l'amara verità...
    adesso mi arrabatto facendo doposcuola, ma a 33 anni (che bello compierli in questo 2020 xD) il futuro è una chimera! Il bello è che non sono nemmeno schizzinoso! Non sono uno di quelli che vuole fare esclusivamente quello per cui ha studiato (il professore, nel mio caso)... purtroppo il mondo va in un'altra direzione: se vuoi avere non successo (quello è chiaro!), ma semplicemente sopravvivere devi essere il più intelligente, il più furbo, il più scaltro, quello più disposto a tutto anche solo per ottenere un misero impiego.
    Come se avesse diritto di sopravvivenza solo quello che sale sulla Luna... ma persone così ce ne sono state una decina nella storia! E tutti gli altri?

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    1. Ciao Andrea e grazie per il tuo commento!
      "All-arounder" è la definizione che calza a pennello anche su di me :)
      Sono sempre stato "curioso" in tutto senza mai approfondire nulla :P

      Un tempo "maledivo" questa mia predisposizione... finché ho capito che se anche mi fossi "specializzato" e avessi concentrato i miei sforzi su un'unica materia, sarei comunque stato "scavalcato". Il problema qui si chiama "Italia" :(

      Ho svolto impieghi nei quali, dopo anni di esperienza, venivo inquadrato con il MINIMO livello possibile mentre altri, al primo impiego nella vita, "EXECUTIVE SENIOR MASTER" ecc, scoprendo con amarezza che l'altisonante carica non corrispondesse a un'effettiva "bravura" sul campo bensì a "meriti parentali" e/o ad aver frequentato un determinato ateneo.

      Arrivava un cliente/fornitore di lingua inglese? "Ies mister der is, der ar", consegnando report REDATTI DAL SOTTOSCRITTO dei quali non avevano neanche idea di cosa trattassero. E nonostante svolgessi il mio lavoro "dando sempre il massimo", nessun complimento, nessuna gratifica... e ad "andare avanti" erano sempre gli altri.

      In altri lavori, invece, mi veniva chiesto di ingannare: chi aveva più peli sullo stomaco e riusciva a rifilare "pacchi" veniva elogiato... a chi (come me) non ne era in grado si ipotizzava un "non rinnovo" del contratto.

      Una realtà che è l'esatto contrario di quella che immaginavo da bambino, quando pensavo che i disonesti "sarebbero stati puniti" :D

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  5. Io ricordo che questo era uno dei temi delle elementari e ricordo che non sapevo proprio cosa scrivere, anzi ero convinto che nessuno scrivesse veramente ciò desiderava fare, sia perché dubito a dieci anni che puoi saperlo e perché si aveva paura a dire di voler fare il calciatore o il cantante.
    Io non sapevo cosa scrivere e buttai lì il pompiere su suggerimento del mio compagno di banco, ricordo che rise tutta la classe, non so perché.
    Ma mai quanti risero di una mia compagna, forse la più sincera in assoluto, che scrisse che desiderava di fare la cantante.
    Probabilmente oggi sarebbe applaudita da altri aspiranti trapper, youtuber, tiktoker e streammer vari. :-P

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    1. verso la fine delle superiori, un giorno il prete che ci faceva religione ci chiese quale strada avremmo scelto da lì a poco... arrivato il mio turno, gli dissi (con tutta la faccia tosta di cui sono dotato) che volevo fare il magnaccia andando in romania e illudendo qualche giovane ragazza!

      La sua reazione stravolta mi valse l'immediato applauso dei miei compagni xD

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    2. @Pirkaf: in effetti, ai nostri tempi, un conto era "pensarlo", un altro "dirlo apertamente" :D

      E come dici tu, sarei curioso di leggere lo stesso tema in una scuola elementare DI OGGI: salterebbero fuori cose da far accaponare la pelle :(((

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    3. @Andrea87: alla fine delle superiori si è più "smaliziati" e si inizia a capire, purtroppo, come funzionano le cose ;)

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    4. @Nino Baldan: curiosamente giusto ieri ai ragazzi che seguo ho chiesto loro cosa volessero fare da grandi, le risposte sono tutte una dichiarazione di intenti e perfetta cartian di tornasole di cosa è l'Italia oggi.

      Infatti se ai nostri tempi si sognava l'eccellenza (attore, astronauta, ingegnere, dottore ecc...), ieri quei due bambini delle elementari mi hanno risposto uno lo spazzino e l'altro il bidello.

      Con tutto il rispetto delle professioni, utili e nobili anche quelle, ma anche nei più piccoli che dovrebbero essere sognatori si è insinuato il germe del posto fisso e dello stipendio poco ma sicuro. SIGH!

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    5. Come Pirkaf anch'io immaginavo una schiera di "Youtuber", "Tiktoker", "Trapper" e "Influencer"... E invece arriva la tua testimonianza che fa quasi commuovere :,(

      Hai detto bene: il "posto fisso" e la mera possibilità di mantenersi hanno assunto la stessa aura "onirica" delle professioni "prestigiose" che sognavamo da piccoli :(

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    6. l'interesse per fare lo youtuber, tiktoker ecc c'è, ma da loro non viene visto come un lavoro. semmai è, ai loro occhi, un modo per diventare famosi e ricchi facendo qualcosa (apparentemente) di stupido e facile...

      è un mezzo, non l'obiettivo... esattamente come noi mica volevamo fare i "tredicisti", la schedina era un mezzo semplice per arricchirci, non una professione!

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    7. Questa è una visione che davvero non mi aspettavo... Quindi il pubblicare video su Tik Tok, foto su Instagram, "stories" su FB ecc altro non è che il nostro "giocare la schedina"?

      Allora siamo noi "blogger" che sbagliamo tutto mettendoci passione, attenzione e trattando ogni argomento come fosse "un lavoro" :(

      Oppure "sbagliano loro" affidando alla "fortuna" una "professione" che garantirebbe introiti ben maggiori dell'agognato "posto fisso"?

      Una bella domanda...alla quale solo il tempo darà una risposta

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  6. Sognavo di fare il calciatore oppure l'arbitro infine il telecronista...
    Nessuno di questi sogni sono diventati realtà...
    Da ragazzino invece mi ero ridimensionato in un più realistico cuoco ma aggiungendoci qualche specializzazione in cucina orientale.
    Ovviamente anche questo sogno non si è avverato...
    Finché a 17 anni quando finì l'estate per la prima volta (comunque dopo già 12/18 mesi di declino) capì la realtà della vita...

    Sinceramente non mi aspettavo che la vita fosse così dura. Mio padre era un semplice venditore ambulante mia madre casalinga eppure non ci mancava niente... Forse era un Italia più ricca dive giravano più soldi oggi invece un'Italia più povera dove girano molti meno soldi (dopo il Coronavirus ancora di più). Il posto fisso era ancora una realtà ben consolidata oggi non più.

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    1. 100% d'accordo con te... Una volta ci si presentava addirittura "senza né arte né parte", si veniva assunti e si rimaneva fino alla pensione, guadagnando quanto bastava per mantenere un'intera famiglia.

      Ora si studia e ci si specializza per che cosa? Per lavorare con contratti a termine e agenzie interinali in cambio del proprio sostentamento? Da quanto dici, anche la tua famiglia apparteneva a quella "classe media" ormai estinta formata da commercianti, artisti, artigiani spinti alla fame da un'Italia che non produce più.

      Per me il "libero mercato" è stato la carta vincente all'interno, però, di una comunità "chiusa" con mezzi, risorse e opportunità uguali per tutti. Con l'avvento della "globalizzazione" è chiaro che ogni "imprenditore" abbia cercato di massimizzare gli utili ricorrendo a import e manodopera low-cost, "uccidendo" la splendida realtà che ci caratterizzava. Ora c'è solo "chi sta in alto" (per meriti famigliari) o "chi sta in basso" (contendendosi il tozzo di pane con chi "si accontenta" di molto meno di quanto avevamo conquistato). :(

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  7. Il tuo articolo é molto verosimile, vivendo nello stesso contesto posso confermare. Anche io sono stato "bruciato" dalla stessa realtà: benché ti impegni costantemente vieni annebbiato da persone capaci solo a dire SI al direttore senza aver nessuna (o quasi) capacità. Una società lavorativa che arruola al ribasso. Però,é quando si tocca il fondo che viene fuori il tuo vero essere che può sorprenderti. Bisogna combattere la disillusione e provare ad essere ottimisti, non vedo altrimenti. "Cossa vusto far, ti te copi?" 😂

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    1. Ciao oznep_93 e benvenuto!
      Grazie per la tua conferma... sì, è proprio così, con l'aggravante che "dicendo sempre di sì" NON si ottiene l'agognata stabilità economica e lavorativa bensì..."si tira avanti" contratto dopo contratto :((

      E il paradosso di una realtà "turistica" come Venezia è proprio quello: 28 milioni di visitatori l'anno fanno immaginare "ricchezza" mentre in realtà è proprio l'opposto, con il mercato in mano ai "grandi gruppi" che assumono al ribasso obbligando a "restare disponibile" 24/7 :(

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  8. Ricordo che da piccolissimo ero affascinato dal gesto del 'tirare la corda' del marinaio a bordo dei mezzi Actv, e a casa mi divertivo a lanciare pezzi di spago, nastri ecc. tentando di agganciare la maniglia di una porta, la manopola di un cassetto, ecc. 😂A parte questo, sfortunatamente non ho mai avuto una passione chiara e totalizzante, ho solo sempre privilegiato le materie umanistiche rispetto a quelle scientifiche, e così ho pure studiato Lettere classiche all'Università, senza nessun desiderio di diventare professore (questo mi era ben chiaro). Poi tra una cosa e l'altra, ho finito per farlo in forma privata, l'insegnante o per meglio dire il...fornitore di ripetizioni in materie letterarie. Ma l'amara verità è che alla mia non più verdissima età (anche in conseguenza di un pesante problema di salute negli scorsi anni, fortunatamente, toccando ferro, risoltosi bene ma con strascichi importanti) mi trovo senza un lavoro fisso e con poco entusiasmo professionale, per la serie...andrebbe bene, attualmente, più o meno tutto.

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    1. Ma lo sai che una "passione simile" ce l'avevo anch'io da piccolissimo? :) Non sognavo di fare il trasportatore, ma giravo per il salotto "a bordo" di una vaschetta di plastica "caricando" di volta in volta la spesa che portava a casa mia madre :D

      Per il resto siamo tutti - per restare in tema - "sulla stessa barca" :( e più volte ho pensato addirittura di emigrare, di tentare la fortuna in un altro paese... magari come commesso, cameriere o banconiere: lavori che a Venezia non permettono più alcuna stabilità ma che all'estero, forse, concedono ancora di fare una famiglia...

      L'alternativa è stare qui, adattandosi e vivendo alla giornata: cosa che risulta scomoda e difficilmente accettabile (visto che le due generazioni che ci hanno preceduto, pur avendo "studiato meno", godevano di una condizione di vita ormai inarrivabile).

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    2. Esattamente, e molti miei amici e conoscenti (Beh non moltissimi, ma qualcuno sì) hanno fatto proprio questo: hanno cambiato vita e sono andati all'estero, senza nemmeno la voglia di tornare, un domani, in patria. Ma questo sarebbe impossibile per uno come me molto ancorato al...territorio 😁Diciamo che, toccando ferro, per ora non faccio la fame, come si suol dire, e spero di non dover mai incappare nella situazione di dover scegliere tra il rimanere a Venezia e,..il mangiare. Concettualmente, anche se forse per qualcuno può essere sintomo di mediocrità o di limitatezza mentale, preferisco poco, ma a casa mia, che molto, ma lontano da qui.

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    3. Riguardo alle nostre quasi comuni passioni fanciullesche, caro Nino, penso un pochino fossero dovute all'imprinting che avevamo girando per la città e osservando la realtà con cui più strettamente entravamo in contatto: un vaporetto, una gondola, un venditore, che ne so, di mangime per i colombi 😊

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    4. Anch'io come te sono "ancorato al territorio" e allo stesso tempo sostenitore del "meglio poco ma a casa mia" :)

      Il problema si pone quando entrambi i concetti vacillano: il "poco" si può trasformare in "indigenza" e il "casa mia" un "luogo spersonalizzato" senza più punti di riferimento" :(

      Per fortuna non mi trovo in nessuna delle due situazioni... quindi, per ora, rimarrò a Venezia anche "abbassando l'asticella" delle mie ambizioni: una volta "poco" significava "una famiglia"... in questo momento, semplicemente, "andare avanti".

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    5. Il venditore di grano per colombi... :'( una professione ormai estinta che sopravvive solo nei nostri ricordi (e nel film "Fantozzi va in pensione" :D)

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  9. Io volevo fare il posto fisso come checco zalone e ci sono riuscito

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    1. Beato te :) di questi tempi "avere il posto fisso" è come l'"essere ricchi" di una volta :)

      E pensare che per generazioni su è ironizzato sulla "mediocrità" di Fantozzi: scrivania, tempo indeterminato, pensione prima dei 60 anni... Quale italiano oggi non metterebbe una firma per una vita come la sua?

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